30/01/2012, 13:19 Cecco Bellosi ricorda Camillo
Hai vissuto male la fede traverso la tua bellezza o forse trovasti la fede proprio perché eri bello. Che congiunzione strana, e poi l’amore dei librispecchio meraviglioso delle tue grandi distanze,fosti povero o fosti profeta, non potrei dirlo, amasti molti poeti come tuoi unici figli di questa tua debolezza fosti incriminato. Che ossatura di riposo Camillo, i poeti, che asperità nomadi! Alda Merini
Padre Camillo, uomo della frontiera aperta Padre Camillo è stato un uomo di frontiera. Lo dicono ormai tutti, quelli che gli sono stati amici e quelli che lo sono stati meno, perché comunque è un riconoscimento che non costa molto. Descrivere Camillo come un uomo di frontiera significa sostenere, allo stesso tempo, una verità forte e una scontata banalità. Si può essere uomini di frontiera in molti modi: guardando la gente che passa, alzando muri, costruendo ponti. Siamo ormai invasi da persone che guardano gli altri senza vederli, o che ergono muri sempre più autistici tra sé e gli altri, fino a fare della separatezza, in altri luoghi chiamata anche apartheid, una virtù politica. Portano dentro di loro un’idea di frontiera sporca, brutta e a volte anche cattiva. Camillo era l’opposto. Sapeva di questa ambiguità della frontiera. Oggi si celebra giustamente il valore concreto, ardito e simbolico del treno rosso che sale faticosamente dalla valle a Saint Moritz. Tra prati e nevi. Ma anche in questa piccola grande opera c’è una forte ambivalenza: la costruzione di relazioni tra popoli apparentemente diversi da una parte e, dall’altra, l’arrogante bellezza della tecnica che affronta, ferendola, la natura. Ma Camillo sapeva anche che, dietro questo ponte, abitavano secoli di conflitti religiosi, politici e sociali: il Sacro Macello era avvenuto da queste parti. E sapeva che il conflitto si supera comprendendo le ragioni dell’altro, non sposandole o respingendole. Mantenendo e contaminando la propria identità, che non a caso è costruita più sulla relazione che sulle tradizioni. Spesso, queste ultime, non sono che un’invenzione per giustificare la propria difesa chiusa in una rocca. L’ho conosciuto alla metà degli anni Ottanta, in carcere. Eravamo un gruppo di detenuti politici, ormai consapevoli della sconfitta della lotta armata degli anni Settanta, ma anche refrattari a uscirne attraverso la collaborazione giudiziaria con lo Stato. La fine di un conflitto armato può comportare la resa militare e anche quella politica, non quella morale. Camillo, che aveva fatto la Resistenza con spirito di appartenenza ma non settario, questa cosa le conosceva bene. Vennero a San Vittore, uomini e donne della Nuova Corsia dei Servi, per capire, non per giudicare. E questo rese proficuo, non più facile, il confronto. Camillo, Davide, Mario, Lucia e tutti gli altri che sono venuti a trovarci con loro per tre anni, decisamente produttivi, non erano indulgenti e tenevano, salde, le proprie ragioni. Ma volevano anche comprendere, senza dargli ragione, le motivazioni degli altri. Questa è l’essenza dei veri uomini di frontiera: navigare in mare aperto, senza smarrire la propri identità. È stato un periodo molto intenso, in cui il carcere si è aperto alla società e la società si è aperta al carcere. Capita spesso che le prigioni sentano il bisogno di aprirsi alla società: è l’unico modo che hanno per sentirsi vive; capita molto più raramente il contrario. Camillo e gli altri sono stati gli sherpa di una stagione irripetibile nella quantità, nella continuità e nella qualità della presenza della società civile in carcere. In particolare, in quella vecchia, fatiscente e per alcuni aspetti affascinante prigione del centro metropolitano, con i tram a sferragliare sotto le bocche di lupo. Chiudere le carceri è un atto di coraggio; chiudere soltanto San Vittore sarebbe un delitto. Probabile che lo facciano, in un periodo di disorientamento tale da dimenticare il senso etico, ma soprattutto da non riconoscere più il senso estetico: si possono anche colorare le lande desolate di Opera e di Bollate, ma non si può cancellare la calda umanità di San Vittore, delle sue voci, dei suoi odori, dei suoi sguardi smarriti e familiari. Lì dentro, Camillo e gli altri, al di là dello spaesamento iniziale, si muovevano come pesci nell’acqua: ogni volta che entravano, facevano fatica a uscire. Sono stati gli anni in cui il lavoro è diventato un’opportunità concreta per molti detenuti: dalle cooperative interne alle assunzioni esterne. Sono stati gli anni di un’intensa attività culturale: i seminari con Nuova Corsia sugli anni Settanta erano partecipati, dibattuti, intensi. Sono stati gli anni in cui il carcere, dopo un periodo di chiusura all’ennesima mandata, ha cominciato ad aprirsi. Una irripetibile Commissione Giustizia del Senato venne più volte a discutere con noi dei contenuti di una legge che si sarebbe chiamata Gozzini, dal cognome del senatore Mario Gozzini, che ne era il presidente. Si parlava di semilibertà, di permessi, di affidamento: in una parola, di volgere all’esterno la parte rieducativa della pena. Lo prevedeva la Costituzione, ma non era mai avvenuto prima, né sarebbe più accaduto dopo. La prima Repubblica era capace di forti tensioni, anche repressive, ma pure di grandi slanci ideali: la seconda conosce prevalentemente il colore verdastro della melma che ammuffisce su gradini d’acqua apparentemente dolce, in realtà pesante. Il mio rapporto con Camillo è iniziato allora, fatto più di sguardi di intesa che di parole. Nel nostro rapporto personale, mai finito, abbiamo sempre parlato poco, ma ci siamo sempre detti molto. In carcere e dopo, negli incontri presso la libreria di via Tadino a Milano, dove è continuato l’impegno per e con i detenuti, politici e comuni, che erano ancora dentro. Ci siamo ritrovati a Tirano, quando l’Ordine dei Servi di Maria ha deciso di dare in comodato la Casa del Fanciullo all’Associazione Comunità Il Gabbiano. Ancora una volta, andando controcorrente, Camillo voleva che quel posto, come il carcere, potesse diventare un luogo in cui le persone lacerate dentro da storie personali tristi e corrose da una lunga frequentazione con le sostanze potessero ritrovarsi. All’interno della convinzione che la libertà, e non la repressione, è terapeutica. Una sfida difficile, perché educare alla libertà significa anche lavorare alla responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri: un obiettivo faticoso, per chi conosceva e conosce dei percorsi esistenziali segnati da una macerazione autistica. Camillo ha condiviso con noi questa scelta, frequentandoci tutti i giorni e comprendendo, a differenza di altri, che lavorare sulla responsabilizzazione attraverso la libertà è un impegno in grado di portare le persone, anche se non tutte, a rimettere insieme i propri pezzi. Nonostante spesso possa apparire una fatica di Sisifo. Per questo Camillo è sempre stato con noi, fino in fondo, con il suo sorriso apparentemente burbero. Una volta gli chiesi se la sua convinta difesa del nostro lavoro fosse dettata dall’amicizia o da convinzione. Mi rispose con: «La seconda che hai detto». Motivandola con due ragioni. La prima era che la Valtellina è una terra in cui l’intolleranza nella Storia non è nuova, a partire proprio dai conflitti di carattere religioso, per cui gli faceva male vederla ancora in campo nei nostri confronti, come fosse una coazione a ripetere. La seconda era una delle sue annotazioni fulminanti: questa piazza è dedicata alla Madonna della Salute, e chi sono i nuovi malati se non le persone che voi ospitate? Ecco, se c’era una cosa che Camillo non amava era l’ignoranza. Una volta mi ha ripreso perché, in un discorso sulla storia della Chiesa, ho usato il termine congregazione religiosa invece di ordine religioso, come fossero la stessa cosa. Mi ha fatto una vera e propria filippica, salvo, il giorno dopo, regalarmi un suo scritto sugli ordini religiosi. Camillo era così. Con i suoi vezzi da vero intellettuale. E, da vero intellettuale, non sopportava l’ignoranza saccente che oggi permea di sé la società. Tempi duri, quelli in cui i grugniti vincono sulla filosofia. Cecco Bellosi (l’AlterNativa Locale, ultimo numero, marzo 2010) |
cristina culanti
 Autore dal 27/10/2021
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